IL PALAZZO NICOLACI DI VILLADORATA A NOTO | SITI
PATRIMONIO ITALIANO UNESCOPATRIMONIO ITALIANO UNESCOPATRIMONIO ITALIANO UNESCOPATRIMONIO ITALIANO UNESCO
PATRIMONIO ITALIANO
 Palazzo Nicolaci di Villadorata at Noto

Il palazzo Nicolaci di Villadorata a Noto

I luoghi dell'anima
Corrado Valvo e Salvino Maltese

Il palazzo Nicolaci di Villadorata a Noto

Questo è un luogo che, se uno ci capita, resta ammaliato, intrappolato e felice. Così Gesualdo Bufalino parla di Noto. È proprio vero che si amano luoghi così come si amano le persone … a volte con la stessa intensità emotiva. L’anima di un singolo luogo va scoperta come l’anima di una persona. A Noto, città “di fondazione”, ricostruita in un nuovo sito dopo il terremoto del 1693, l’anima della comunità riesce a tramutare una sciagura come quella del terremoto in occasione, favorendo la realizzazione di audaci e spettacolari trasformazioni urbanistiche. Esprimendo, quindi, un immaginario collettivo di una città eterna che ha governato un terzo del territorio dell’isola sin dal XII secolo a.C. Si concretizza, cioè, un’idea di città, una città ideale appunto, tra sogno e realtà, ancorata al passato ma che guarda al futuro, sia nella riconfigurazione del paesaggio urbano e sia nell’applicazione di principi di prevenzione sismica. Il processo di ricostruzione del val di Noto, a detta di Giulio Carlo Argan, è l’esempio più importante dell’isola nella ricostruzione di new town, e tra i più riusciti nel panorama europeo. Noto, città di antiche e nobili tradizioni culturali, ricca di monumenti religiosi e civili è stata definita “Giardino di pietra” dal critico d’arte Cesare Brandi. L’impianto urbano modulato sui valori della proporzione aurea e della simmetria, con lotti dimensionati secondo rapporti classici e armonico-musicali è tale da valorizzare al massimo la percezione e la varietà plastica della città barocca, secondo il principio delle tre “s”: sorprendente, sbalorditivo, stupefacente. Sono proprio queste le relazioni che hanno permesso all’uomo la creazione del proprio habitat, con le orme lasciate dagli avi, per rendere unico e differente lo specifico contesto territoriale e rendere così questo luogo “unico” perché diverso e perché diventa esito concreto di un processo evolutivo dinamico che ha conosciuto un suo tempo e un suo spazio. È quello che gli antichi chiamavano “genius locis”, lo spirito del luogo. Un luogo, cioè, dotato di un suo precipuo spazio, di un carattere distintivo che al tempo stesso ne sottolinea l’identità e la diversità; identità che ci viene dal passato, il risultato di una continua modificazione, e che dà vita a popoli e luoghi, li accompagna dalla nascita alla morte e determina il loro carattere o essenza. La città di Noto è stata definita come ingegnoso manipolo di egregi architetti che seppero inventarsi linguaggio di lusso e di risparmio insieme: “lusso” con l’ostentazione dei palazzi e delle chiese favorito dalla pietra tenera; “risparmio” con la disposizione della città a terrazze sul declivio del colle tale da valorizzare la percezione scenografica dell’insieme, esaltata dalla variazione cromatica della luce nel corso della giornata, che la fa apparire d’oro di giorno e d’argento la notte. Si realizza, così, il legame edificio-città, il continuum urbano caratteristico di Noto all’insegna di un’unica scenografia della città come teatro, a voler ricordare il principio che vede la città come una grande casa e la casa come una piccola città. È in questo contesto che la volontà ambiziosa del principe Giacomo Nicolaci di Villadorata trova la sua espressione nella residenza nobiliare che la pone come un fatto unico nello specifico contesto architettonico-urbanistico della città. La famiglia Nicolaci di Villadorata non risulta tra l’elenco delle famiglie nobili di Noto antica, è solo acquistando feudi con titoli nobiliari annessi e combinando matrimoni che completa l’ascesa alla nobilitazione. I Nicolaci gestivano le tonnare della Sicilia sud orientale e la fortuna della famiglia fu determinata dal monopolio e dalla commercializzazione all’ingrosso del tonno. Eleonora Nicolaci, nel 1718, riuscì ad acquistare tre quarti del lotto urbano dove insiste il palazzo; successivamente la famiglia riuscì nell’accorpamento dell’ultimo quarto con una sorta di esproprio per pubblica utilità, facendo appello a uno dei più importanti strumenti di legislazione urbanistica in uso fino al Seicento: i Privilegi di Toledo e Maqueda permettevano l’acquisto o l’esproprio di lotti al fine di edificare un intero isolato. È la straordinaria figura del signor Don Giacomo Nicolaci (1711/1760) che rimaneggia nel 1737, il primo impianto del palazzo conferendogli l’aspetto attuale con l’ausilio di diversi architetti locali. Conosciuto come Giacomo il “gobbo” a causa del suo aspetto, fu celebre matematico, filosofo, alchimista esperto astronomo in gnomonica, ideatore dei primi orologi solari della città. Principe dell’Accademia dei Trasformati di Noto, conoscitore di nove lingue tra cui il greco, arabo e il provenzale. Come tutti gli intellettuali aristocratici dell’epoca che nei “Grand Tour” si spostavano fino all’Italia meridionale considerata il giardino d’Europa, la tappa fondamentale di Giacomo è rappresentata dalla città di Montpellier dalla quale egli portò gli schizzi e i progetti della Casa Senatoria, di Villa Falconara e del costruendo palazzo dove installò un osservatorio astronomico, facendo arrivare da Francia e Inghilterra compassi, livelle, astrolabi, quadranti etc. Interessato all’ermetismo ed alle scienze occulte, sempre mediate dal pensiero cristiano, vista la sua vicinanza con il suo maestro ed amico il gesuita Francesco Maria Sortino architetto, filosofo e matematico. A quest’ultimo sono stati attribuiti il Collegio dei Gesuiti, la torre del SS. Salvatore, la copertura ottagonale della chiesa della S.S. Trinità conosciuta come “Battistero”. Poco tempo prima del Sortino, un altro gesuita, Fra Angelo Italia, si era occupato della ricostruzione della città disegnando, numerose piante di altre città ideali tardo barocche come Avola, dedicando particolare interesse al bilanciamento delle piazze, al rapporto tra i vuoti e i pieni urbani. Non è un caso che l’isolato del palazzo Nicolaci ricada nella circoscrizione di uno degli ordini ecclesiastici più colto e prestigioso, quello dei gesuiti, appunto. Nel progetto del palazzo Nicolaci il coinvolgimento del Sortino sembra certo, visti gli stretti legami con il principe Giacomo, ma anche di altri architetti come il Labisi, Sinatra e numerosi intellettuali locali e stranieri che frequentavano la residenza in cui si respirava l’atmosfera dei Viceré spagnoli e degli ultimi Gattopardi. Quindi il palazzo di Villadorata a Noto è paragonabile al palazzo Biscari di Catania, al Beneventano a Siracusa e al castello di Donna Fugata a Ragusa, per la ricchezza di particolari di facciata e la qualità degli interni affrescati e finemente arredati con tendaggi e mobilia provenienti dalle principali città europee. Distribuito su novanta vani con tre saloni uno giallo, uno in verde e uno in rosso, che prendevano il nome dal colore della tappezzeria dei sofà, era dotato di sala della musica, del tè, del gioco e del fumo. Il superbo salone delle feste, dalla volta affrescata con scene mitologiche e dalle pareti con le raffigurazioni delle passioni e le distrazioni (archeologia, astronomia, architettura, musica, caccia etc. ) di Don Giacomo; tutto doveva essere grandioso e superare ogni limite in vista dell’altissima qualità architettonica. Il processo costruttivo della residenza nobiliare è il risultato di un lavoro a più mani di sapienti architetti, ricalcando l’esplosione barocca dell’epoca con la sua lussureggiante fantasia. Il simbolo araldico indicato nel blasone di famiglia raffigura un levriero che si poggia ad una colonna in segno di fiducia, forza e fedeltà. Il palazzo si presenta a corte o “baglio” con il pozzo, l’acqua come elemento centrale di vita è sempre presente nell’architettura barocca. L’ascesa nobiliare della famiglia continua spostando gli interessi dal mare, simboleggiato dai balconi a sirena/chimera, alla terra simboleggiata dai balconi con uomini che guardano in direzioni opposte, che controllano il territorio. I balconi dei leoni rappresentavano, invece, la forza e l’aggressività della famiglia, il balcone dei fanciulli simboleggiava la prosperità. Complessivamente il palazzo sfoggia sei balconi dai mensoloni antropomorfi, con funzione apotropaica per allontanare gli spiriti maligni. Mascheroni grotteschi dalle figure umane, ippogrifi, sirene, centauri, l’immaginario della Sicilia trova qui una delle massime espressioni. Sfingi, leoni, cavalli alati, putti allegorici, il tutto completato dalle sinuose inferriate ricurve “gelosie”. Definiti i balconi più belli del mondo sono diventati l’icona delle città tardobarocche del val di Noto e del distretto culturale del sud-est. Infine, la figura centrale della balconata detta anche dei mori, sembra avere una postura incurvata come quella mitica di Giacomo Nicolaci che regge un flauto nella mano sinistra a ricordo che nel Seicento in Europa, la sapienza umana era rappresentata da un uomo con un flauto, non un musicista ma un saggio che non si lascia incantare dalla bellezza dei suoni. L’ultima stratificazione architettonica del palazzo è la costruzione della loggia del mercato “un mercato ittico coperto”, con un fontanone centrale ed un loggiato con pilastri in ghisa provenienti dalla dismissione di pali per la pubblica illuminazione. Dal ritrovamento di un’istanza del Decurionato del 1838 si legge: “Per volere del principino di Villadorata si concede di costruire la loggia con tredici botteghe, per ragioni di carattere igienico-sanitario e per sgomberare gli indecorosi venditori ambulanti dalle parti più rappresentative della città”, permettendo, così, alla famiglia di battere giornalmente il prezzo del pesce anche al dettaglio. L’ultimo restauro del palazzo, a cura della soprintendenza BB.CC.AA., ha restituito l’antico splendore alla corte, alla loggia, all’intero stabile ed è auspicabile un ulteriore restauro filologico, su base documentale, per la ricostruzione dei mobili originali e per la realizzazione del futuro museo della nobiltà e dell’ aristocrazia siciliana. Nell’intero complesso monumentale sono percepibili, infine, i temi della luce, del tempo, della memoria che disegnano spazi ed anime. Una è l’anima della gente che rende vivi e unici i luoghi, non come semplici luoghi, ma come luoghi dove vive il genius loci insieme all’anima degli uomini. La rigenerazione della memoria, quindi, attraverso un principio etico attento non solo ai beni materiali ma soprattutto a quelli immateriali, per una nuova sensibilità estetica del paesaggio: fare paesaggio è fare anima. Troppe volte l’edilizia ha sostituito l’architettura e i veri principi sono stati rimpiazzati da principi senza princìpi e i turisti hanno sostituito, quasi del tutto, i viaggiatori in cerca di emozioni. “È in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo: se li creo esistono; se esistono li vedo come vedo gli altri. A che scopo viaggiare?…. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo”.

FOTOGALLERY CORRELATA
  • Val di Noto, città barocche

    Val di Noto è denominazione che risale all'epoca araba, quando la Sicilia era divisa in tre valli, gli altri sono quelli di Mazara e Demone. Corrisponde alla parte sud-orientale dell'isola. Dopo il [...]
      FOTO ITALIA  
MAPPA