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Fondazione RavennAntica
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Fondazione RavennAntica, un nodo da sciogliere in fretta

Federculture auspica che l’attesa sentenza del Consiglio di Stato sulla legittimità dell’Accordo di Valorizzazione stipulato lo scorso febbraio tra Mibact, Regione Emilia Romagna, Provincia e Comune di Ravenna, relativamente ai siti statali del territorio ravennate, dia finalmente il via libera ad una novità di portata nazionale nella gestione dei beni culturali.

L’Accordo, in linea con quanto previsto dal Codice dei Beni Culturali (art. 111-112-117), dalla direttiva Ue sugli appalti pubblici (2014/24/UE), e dall’art. 151, comma 3 del Codice dei contratti pubblici, prevede l’affidamento ad un soggetto formalmente di natura privata ma di emanazione pubblica – la Fondazione RavennaAntica– della gestione di alcuni monumenti statali, in un’ottica di rafforzamento dell’impegno per un miglioramento complessivo dei servizi di comunicazione e di accoglienza dei visitatori e quindi della fruizione pubblica dei beni affidati.

Nulla a che vedere, quindi, con la “privatizzazione” dei beni statali paventata da alcuni, anche con articoli di giornali pretestuosi.

Anzi, è vero il contrario. Con l’Accordo, lo Stato mantiene la proprietà piena dei beni culturali e, per il tramite del Polo Museale, continuerà ad esercitare tutte le sue prerogative affidando la gestione al Comune, cioè alla istituzione più rappresentativa della comunità locale, che se ne fa carico in modo più ravvicinato e partecipativo attraverso la Fondazione ‘Parco Archeologico di Classe-Ravennatica’. Si tratta di una fondazione che, sin dal 2002, svolge la sua funzione per favorire la partecipazione dei cittadini e dei turisti al patrimonio culturale della città ed è partecipata dal Comune e dalla Provincia di Ravenna, dall’Università di Bologna, dall’Arcidiocesi di Ravenna e Cervia, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna.

E’ importante ricordare che, nel personale della  verranno integrati gli 8 dipendenti del precedente gestore in virtù della cosiddetta clausola sociale realizzando, pertanto, il risultato di tutelare i livelli occupazionali precedenti e salvando i posti di lavoro esistenti.

Sono esattamente gli obiettivi cui tendono le gestioni autonome nei beni culturali, nella stragrande maggioranza associate a Federculture che hanno favorito lo sviluppo di un settore che, per la sua specificità, è in grado di cogliere obiettivi di innovazione sociale e di crescita economica, attraverso il “fare impresa” con finalità pubbliche.

Su questi temi Federculture ha promosso nei mesi scorsi la prima Conferenza Nazionale dell’Impresa Culturale proprio per affermare la rilevanza della “cultura della gestione” portata avanti dalle imprese culturali (come la stessa Fondazione RavennAntica) che, nel conseguimento dell’interesse pubblico dell’accessibilità dei cittadini alla cultura, operano con obiettivi di sostenibilità, efficienza, sviluppo, coniugando la capacità di intraprendere in modo stabile ed autonomo servizi e attività che migliorano la pubblica fruizione, con quella di produrre valore non solo economico ma anche sociale, innescando dinamiche positive nell’ambito dei territori.

“Confidiamo –dichiara Andrea Cancellato, Presidente di Federculture- che anche il giudice amministrativo colga la grande portata innovativa rappresentata dal “caso Ravenna” e favorisca lo sviluppo di un settore che richiede una forte capacità di gestione a cui, finalmente, anche il Mibact guidato dal Ministro Franceschini ha mostrato grande interesse”.

Fonte: Federculture

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